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Diagnosticare la parodontite intercettandone i segni

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Diagnosticare la parodontite intercettandone i segni shutterstock

Al Congresso SIOF dello scorso novembre a Torino sull’inquadramento diagnostico e terapeutico della parodontite, la Società Italiana di Parodontologia e Implantologia era intervenuta con la dott.ssa Silvia Masiero per puntualizzare la necessità che la riabilitazione implantoprotesica non prescinda da un corretto controllo dell’infezione parodontale e dal monitoraggio costante dei livelli di placca e di compliance del paziente. Ecco una sintesi dell’intervento.

Ogni operatore odontoiatrico deve essere in grado di fare diagnosi di parodontite intercettandone i segni clinici: arrossamento delle gengive, sanguinamento al sondaggio, aumento del sondaggio parodontale, mobilità e migrazione dei denti e alitosi. È semplice farlo basandosi su uno screening detto PSR (Periodontal Screening and Recording) attraverso il quale i pazienti vengono differenziati in soggetti parodontalmente sani, con sola gengivite cioè infiammazione dei tessuti superficiali e assenza di perdita di attacco e infine soggetti con parodontite più o meno grave a seconda della profondità di sondaggio via via maggiore, nei quali l’infezione ha fatto perdere attacco parodontale conducendo alla perdita di tessuto osseo di supporto che si espleta nella formazione di difetti ossei a carico di uno o più elementi dentari.

Una volta intercettata la patologia parodontale l’operatore ha il dovere di approfondire la diagnosi compilando una cartella parodontale completa e rilevando, a seconda della distribuzione dei sondaggi, radiografie intraorali periapicali per poter valutare l’espressione della patologia a carico dei tessuti profondi; infine l’attenta anamnesi familiare e individuale permette all’odontoiatra di inquadrare i molteplici fattori di rischio eventualmente correlati (fumo, diabete familiarità, età, stress etc.).

Non tutti i pazienti infatti hanno la stessa probabilità di ammalarsi di parodontite (suscettibilità individuale) e non tutti sono sottoposti agli stessi rischi aggiuntivi: ogni singolo paziente deve essere inquadrato in un personale profilo di rischio (Periodontal Risk Assessment – Berna Lang Tonetti 2003 Oral Health Prev Dent J Clin perio– Ferrara Trombelli 2007).

Step

  • Ogni operatore odontoiatrico ha il dovere di essere in grado di eseguire una corretta terapia di controllo della infezione parodontale, la cosiddetta terapia non chirurgica, volta ad eliminare il biofilm batterico sopra e sottogengivale: può essere condotta utilizzando curettes manuali, strumenti ultrasonici o utilizzando strumenti laser (stesso beneficio clinico) che unitamente al cambiamento di livello di controllo di placca da parte del paziente, necessario per l’ottenimento della iniziale guarigione, costituisce il momento terapeutico essenziale in ogni forma di Parodontite (Tomasi C. J Clin Periodontol 2017);
  • Al termine della riparazione dei tessuti si rende necessaria una rivalutazione del caso, un’interpretazione degli indici di guarigione (profondità di sondaggio, sanguinamento al sondaggio, mobilità dei denti, tipologia di difetto osseo presente, interessamento orizzontale e verticale delle biforcazioni) dei fattori di rischio individuali (fumo, diabete) e della controllo di placca del paziente per decidere il piano di trattamento più opportuno per il singolo paziente, che dev’essere discusso con lui e accettato successivamente con attenta valutazione dei singoli aspetti economico-chirurgico-sistemico-prognostico (Tomasi C. J Clin Periodontol 2017).
  • L’operatore odontoiatrico dovrebbe essere in grado di prospettare al singolo paziente la prognosi dente a dente rendendolo edotto della eventuale necessità di terapie correttive del difetto venutosi a creare e della prognosi della loro esecuzione nell’ambito di un arco temporale che gli studi scientifici usualmente pongono a 10 anni. Qualora l’operatore non sia in grado di procedere all’analisi prognostica e alla fase di valutazione del piano di trattamento e alla sua eventuale esecuzione è opportuno che deleghi queste importanti azioni mediche a un operatore parodontologo esperto.
  • L’operatore in grado di eseguire le cosiddette terapie correttive parodontali e implantari (terapia chirurgica rigenerativa, resettiva, conservativa, di sostituzione implantoprotesica) deve eseguirle se necessarie, inquadrando l’esecuzione al singolo caso parodontale sulla base di una attenta interpretazione del dato clinico – radiografico e di compliance del soggetto in esame (PD maggiore 6- 7mm, difetti intraossei, necessità protesiche o riabilitative-estetiche).

Nello specifico la letteratura riporta che:

  • La chirurgia rigenerativa (difetti intraossei propfondi) ha probabilità di successo a 10 anni del 96% (Pagliaro J Periodontol 2008- Cortellini Int Dent 2006);
  • La chirurgia resettiva (correzioni difetti in casi protesici) ha successo a 10 anni nel 93% dei casi (Tan K Clin Oral Implants Res 2004) (Pjetursson BE Clin Oral Implants Res 2007);
  • La terapia di mantenimento serrata (di supporto parodontale) conduce alla perdita di denti in circa il 5% dei casi a 30 anni (Axelsson P J Clin Periodontol 2004) (Graez C J Clin Periodontol 2011).

A conclusione di questa disanima:

  • Tutti gli operatori in grado di fare diagnosi di parodontite;
  • Sondaggio necessario (PSR e diagnostica completa);
  • Suscettibilità del paziente e gravità della patologia parodontale;
  • Diabete-stress-dieta-stili di vita;
  • Compliance del paziente e alleanza terapeutica necessarie;
  • Terapia parodontale non chirurgica – prima terapia parodontale;
  • Piano terapeutico chirurgico correttivo (non tutti i pazienti-non tutti gli operatori);
  • Terapia parodontale di supporto serrata ad vitam.

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